"Il nostro spirito consiste di frammenti, o meglio, di elementi distinti, più o meno in rapporto tra loro, i quali si possono disgregare e ricomporre in un nuovo aggregamento, così che ne risulti una nuova personalità, che pur fuori dalla coscienza dell'io normale, ha una propria coscienza a parte, indipendente, la quale si manifesta viva e in atto, oscurandosi la coscienza normale, o anche coesistendo con questa, nei casi di vero e proprio sdoppiamento dell'io. [... ] Talché veramente può dirsi che due persone vivono, agiscono a un tempo, ciascuna per proprio conto, nel medesimo individuo. Con gli elementi del nostro io noi possiamo perciò comporre, costruire in noi stessi altri individui, altri esseri con propria coscienza, con propria intelligenza, vivi e in atto", cosi Pirandello formulava la sua teoria della crisi dell'io, dalla quale, paradossalmente, si può uscire solo con la follia.
Questo il sottile filo conduttore che unisce le opere portate in scena con lo spettacolo "Stazione Pirandello" di Gino Auriuso, rimodellandole e amalgamandole tanto da risultare un'unica piéce teatrale accompagnata dalle musiche nonsense di Rino Gaetano.
Con un esilarante siparietto sulle note di "Nun te reggae più", inizia l"excursus nella follia pirandelliana prendendo le mosse dall'evoluzione di Vitangelo Moscarda, protagonista di "Uno, nessuno e centomila", a cui dà corpo e voce l'ottimo Tony Allotta, che abbandonando le convenzioni sociali e morali, ascolta la propria interiorità, cala la maschera e percepisce se stesso e gli altri senza dover creare un personaggio, è semplicemente persona.
Segue un esemplare Gabriele Linari che, al ritmo rap di "Solo con io", porta sul palco un "Enrico IV" che si renderà conto che l'immagine che aveva sempre avuto di sé non corrisponde affatto a quella che gli altri, che lui chiama 'pecore', avevano di lui e cercherà in ogni modo di carpire questo lato inaccessibile del suo io; ma le sue pecore non accettano né capiscono il suo relativismo e lo ritengono un pazzo.
Arrivano poi le danze di Linari e la straordinaria Dodaro che accompagnano con gli schiocchi delle dita la latente pazzia del segretario Ciampa de "Il Berretto a Sonagli" e la cantilena folle di Beatrice Fiorica, decantata dall'onirica Irma Ciarmella.
Con il fischio di un treno che corre lontano nel buio si conclude il viaggio intorno alla pazzia, rappresentata dall'improvvisa felicità di Belluca de "Il Treno ha Fischiato" che in una notte, pur essendo stremato per la stanchezza, non riesce ad addormentarsi e, ad un certo punto, sentendo quel fischio, riesce a distrugge la cappa opprimente sotto la quale il poveretto si trascinava da anni e che gli fa riaprire gli occhi sul mondo.
La follia, nella quale viviamo e di cui non possiamo fare a meno per sopravvivere, traspira anche dai coloratissimi e sgargianti costumi portati sul palco con attenta cura.
Come direbbe il drammaturgo siciliano "Spesso mi accade di non vedere e di non ascoltare quello che veramente si rappresenta, ma di vedere e ascoltare le scene che sono nella mia mente: è una strana allucinazione che svanisce ad ogni scoppio di applausi e che potrebbe farmi ammattire dietro uno scoppio di fischi! "
Autore: ALRIFE
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