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Troppo affetto rovina?


 
Troppo affetto rovina?

E' di poche settimane fa la sentenza della Corte di Cassazione che conferma la condanna in secondo grado di una madre e di un nonno del Ferrarese per il reato di "maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli" (art. 572 C. P.). Nell'immaginario comune, la parola "maltrattamento" rimanda immediatamente alla violenza fisica (le cosiddette "botte", che pure nella loro versione più "soft" trovano ancora oggi un nutrito manipolo di fans anche fra persone insospettabili) ovvero alle ingiurie verbali, spesso più efferate di schiaffi e sculaccioni. Certo non la si associa al comportamento di quel nonno e di quella mamma in questione, sanzionati dalla Suprema Corte per essere stati eccessivamente protettivi nei confronti del figlio / nipote, impedendogli di fatto uno sviluppo psico-fisico armonico. Fino a che punto l'iperprotezione possa considerarsi fisiologica conseguenza dell'amore e non ostacolo al benessere di un'altra persona è certamente difficile da stabilirsi a priori e in modo netto. Tant'è che la notizia ha suscitato numerose polemiche nell'opinione pubblica, facendo gridare da più parti a un'intollerabile intrusione della legge e dei Giudici nelle mura domestiche. Va detto poi che la lettera della norma è abbastanza generica da lasciare un ampio margine interpretativo ai giudici, non definendo concretamente la condotta del "maltrattare". Stando alle motivazioni della sentenza in oggetto, o meglio a quanto riportato dai giornali sul caso, al bambino era stato impedito per i primi sei anni della propria vita di frequentare i coetanei, di andare alle feste, di giocare all'aperto, era insomma stato chiuso sotto la classica "campana di vetro", tanto che, arrivato in prima elementare, oltre a non essere scolarizzato, il piccolo mostrava di non sapere correre e persino camminare con la stessa speditezza dei suoi compagni. E non importa se la famiglia aveva messo in atto questo comportamento con le migliori intenzioni, cioè allo scopo di proteggere il bimbo dai pericoli del mondo circostante, dal momento che - di fatto - gli aveva procurato un danno. Tralasciando il caso specifico e volendo allargare il discorso, si può dire che non sono infrequenti tali forme di superprotezione dovute a un carattere particolarmente apprensivo dei genitori (più spesso delle madri) e che sotto certi aspetti sono umanamente comprensibili nella realtà così poco tranquillizzante nella quale viviamo. E' tuttavia innegabile che impedire a un bambino di giocare liberamente, magari sbucciandosi qualche ginocchio, o a un ragazzino di scegliere la scuola superiore da frequentare, è psicologicamente deleterio quand'anche non configuri un vero e proprio reato. Un bambino costretto a trascorrere le giornate in casa con genitori e nonni sarà precocemente adultizzato e irrimediabilmente privato della sua infanzia, del piacere di scoprire il mondo con i suoi piccoli mezzi, ma allo stesso tempo subirà un rallentamento della crescita non potendo costruire giorno per giorno la propria intelligenza mediante l'esperienza e l'errore; un ragazzino o un adolescente cui non è permesso di andare a feste o gite scolastiche perché i genitori temono che possa accadergli qualcosa di spiacevole, che assuma droghe, che frequenti cattive compagnie, o meno nobilmente perché vogliono esercitare un pesante controllo sulla sua vita, con tutta probabilità faticherà a integrarsi nel gruppo dei pari o, peggio, in un'età in cui il carattere e la personalità sono ancora in divenire, svilupperà una serie di ansie, complessi e insicurezze. E' però nell'età adulta che possono riscontrarsi gli esiti peggiori di un'educazione troppo protettiva e soffocante, quando figli che dispongono di pochi strumenti per la soluzione dei problemi, affronteranno il mondo con timore e vittimismo, sviluppando un forte senso di frustrazione alle prime delusioni, e rischiando di non riuscire mai davvero a costruire un'identità propria e una vita autonoma.



Autore: SHADY

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