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Recensione Salvatore Giuliano (Francesco Rosi, 1962)


 
Recensione Salvatore Giuliano (Francesco Rosi, 1962)

Luglio 1950, Castelvetrano, Sicilia. Nel cortile di una casa viene trovato il cadavere del bandito Salvatore Giuliano apparentemente ucciso in uno scontro a fuoco con le forze dell'ordine. Mentre i carabinieri diffondono la versione ufficiale, i giornalisti, insoddisfatti, raccolgono testimonianze nel paese. Un lungo flash back ci racconta i primi anni del dopoguerra in Sicilia, la nascita della richiesta d'indipendenza della Sicilia e le prime "imprese" di Giuliano, del cugino Gaspare Pisciotta e della loro banda criminale. Intanto Montelepre, paese natale di Giuliano, è sorvegliata dai reparti antibanditismo dei carabinieri per cercare di prendere lui e Pisciotta. I banditi, però, tornano a colpire: nel 1947 avviene la strage di Portella della Ginestra e poi la narrazione del film ritorna al ritrovamento del corpo di Salvatore Giuliano. Pisciotta viene arrestato, processato insieme ai suoi compari e condannato all'ergastolo. Durante l'udienza ricorda l'assassinio del cugino Giuliano che lui stesso ha ucciso. Dopo la condanna, però, viene avvelenato in carcere. Il film di Rosi è votato allo sperimentalismo formale e narrativo. Salvatore Giuliano racconta fatti storici importanti, controversi e non ancora affrontati dal cinema dell'epoca. Tutto nel film è documentato, supportato da interviste, inchieste e articoli di giornale che puntano a smentire le tesi ufficiali sulla morte del bandito Giuliano. Il giornalista Tommaso Besozzi con i suoi controversi articoli sull'argomento fu fonte d'ispirazione imprescindibile. Con Salvatore Giuliano, Rosi realizza il primo vero film sulla Sicilia dopo "La terra trema" (1948) di Luchino Visconti. Il mondo raccontato da Rosi è un microcosmo di miseria, povertà, scarso senso dello stato la cui rappresentazione è affidata ad un registro crudo, forte e stilisticamente spiazzante. Vengono rappresentate le contraddizioni della Sicilia in modo rigoroso, mai accomodante nè tanto meno folkloristico. Rosi si limita a mostrare i fatti, senza pretendere di raggiungere nè rappresentare con la sua narrazione filmica un'univoca verità che di fatto non esiste; ma, anzi, la messa in scena ricca, variegata e contraddittoria (inserti documentaristici si uniscono a ricostruzioni in studio) è funzionale al racconto di un'Italia dei misteri non risolti, delle verità nascoste e della collusione tra mafia e un certo potere politico. Salvatore Giuliano ha inoltre il merito di mostrare la mafia come macchina di potere per la prima volta e il suo grande successo (commerciale e critico) ha favorito la nascita della Commissione Nazionale d'Inchiesta sulla mafia.



Autore: Boris7

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